indice

"La Serenissima Repubblica"

a cura di Alessandro BELLOTTO

pag.  8  di  23

Le strategie di Venezia

 

     Venezia, nei due secoli successivi alla caduta di Costantinopoli, continuò la sua ascesa accrescendo sempre più la sua potenza, ottimizzando i suoi traffici e i suoi guadagni tant’è, che nel 1423,  poteva contare su una flotta  di almeno 3300 scafi, cosa non da poco se si considera che la popolazione allora esistente in Venezia era costituita da circa 150.000 individui dei quali,  poco più di ¼,  ovvero circa 36.000 erano marinai o naviganti che a dir si voglia, secondo il gergo di quel tempo. Come abbiamo già specificato, le veloci galee erano uno strumento di guerra efficientissimo, mentre le cocche erano le unità mercantili con cui i veneziani usavano trasportare le loro mercanzie. Queste unità mercantili, nel tempo, subirono una radicale trasformazione nelle attrezzature e nella struttura, essa infatti da una sola vela era passata a tre alberature usufruendo di vele quadre, senz’altro più complesse ma che la rendeva assai più manovrabile, oltretutto queste innovazioni gli conferirono una linea ancora più elegante e questa nuova versione fu chiamata caracca. Queste navi furono dotate anche di una fiancata più alta, quindi con maggior bordo libero. Della nuova velatura facevano parte la vela di civada, la vela di gabbia e quella latina di mezzana che aiutava notevolmente i comandanti a risalire il vento, inoltre le vele quadre di prora erano eccezionali per le evoluzioni marinaresche con vento di poppa, per di più l’armamento fu dotato di uomini molto robusti che, in caso di bisogno, avrebbero dato manforte nelle dispute armate. In genere queste navi erano adibite per i trasporti pesanti e/o meno preziosi, nel mentre, per i traffici cosiddetti di lusso, veniva impiegata la galea bastarda, rassomigliante ad una normale galea per via dell’unico ponte lungo, ma molto più grande e dotata di una grande vela con 180 rematori e che fu gradatamente aumentata da 140 a 250 Tonnellate. Questa nave poteva arrivare fino a più di 42 mt. di lunghezza ed era molto manovrabile e veloce e che nulla aveva da invidiare alle normali galee da guerra, per giunta era dotata di un equipaggio di almeno 200 uomini, quindi era pressoché immune da eventuali attacchi da parte di pirati, e non solo,  ma in casi di attacco potevano disporre di arcieri e, dopo il 1486, anche di fucilieri armati con archibugi e scelti scrupolosamente tramite un pubblico concorso.

galeazza veneziana

     Ma l’aspetto più importante di tutti e che riguardava i traffici mercantili, era dovuto al fatto che Venezia dava una importanza vitale alla sua incolumità e al fatto che ogni nave mercantile fosse in grado di far fronte ad eventuali aggressioni, ragion per cui, queste avevano l’ordine di navigare in piccoli convogli,  e poiché normalmente trasportavano merci leggere  e molto costose quali sete e preziosi, erano sotto la giurisdizione dello stato, e a lungo andare furono costruite in arsenale e dovevano essere dotate di determinate caratteristiche costruttive ovvero: dovevano essere lunghe 40 mt. e larga 6.80 senza contare il buttafuori dove erano ricavati gli scalmi per i remi e dovevano pescare non più di 2.75 mt.

galea veneziana

     Per meglio garantire la sicurezza dei trasporti, i veneziani misero a punto un sistema di convogli suddividendo il naviglio in “mude” ognuna delle quali seguiva una rotta diversa e in diversi periodi dell’anno. Queste mude erano organizzate dallo stato ed erano sempre opportunamente scortate militarmente dalle galee da guerra. Questo sistema diede un’impronta di sicurezza al convoglio stesso, ragion per cui, la conseguenza fu un commercio stabile e garantito.  A quei tempi gli imprevisti che potevano insorgere erano molteplici, dalle tempeste, alla pirateria, ad improvvise dichiarazioni di guerra e quant’altro.  Le  mude, oltre a garantire certezza, costituivano anche una certa continuità sul tipo dei commerci e, tra queste le più importanti erano:

     la muda di Alessandria, così denominata perché la sua meta era l’Egitto, verso il quale effettuava due viaggi all’anno e dove si barattava oro e argento in cambio di spezie e tinture d’oriente. Si calcola che arrivassero a Venezia non meno di 2500 tonnellate all’anno di queste mercanzie, che venivano opportunamente lavorate nel mercato di Rialto ed esportate in Germania attraverso il passo del Brennero o rispedite via mare in Inghilterra e nelle Fiandre,  tramite appunto la muta delle Fiandre. Questa spedizione normalmente avveniva sul fare dell’estate e dopo una sosta alle Baleari proseguiva per Gibilterra, Cadice e Lisbona arrivando sino ai mercati di Anversa e Londra. In questi lidi i veneziani caricavano anzitutto lane inglesi lino e sargia e il famoso “grosgrain”  oltre al piombo e stagno. Vi era poi la muda di Romania, che partiva da Costantinopoli e si inoltrava nel mar nero sino alla penisola di Crimea dove caricava pellicce e schiavi e, al ritorno faceva sosta a Trebisonda per caricare sete e tappeti provenienti dalla Persia e Armenia. La muda di Barberia, invece si effettuava lungo le coste del Nord Africa da Tripoli sino alla Spagna a Malaga e Valenza nel cuore del regno moresco. Poi vi era la muda di Aigues-Mortes, così denominata per via del porto francese in cui sostava. Nel suo percorso toccava prevalentemente le coste italiche da Messina Palermo e poi su nel tirreno passando da Napoli Civitavecchia Pisa Tolone Aigues-Mortes sino a Barcellona.  Altro convoglio importante era la muda di Beirut, che si effettuava una volta all’anno sul finire dell’estate e che raggiungeva  le coste della Siria e la Palestina passando da Cipro Creta e Rodi. Per finire c’era la muda dell’Africa nord orientale, che transitava da Tunisi Tripoli Alessandria  e Tiro. Va anche detto, a proposito dei mercanti veneziani, che pur non disponendo di grandi ricchezze personali da investire, molti di loro si fecero intraprendenti spesso rischiando ogni bene, e se lo fecero, fu proprio per merito di questi tipo di commercio ben organizzato e affidabile. Uno di costoro fu Andrea Barbarico, che riuscì a risalire la china grazie alla sua volontà al suo acume e alla sua intraprendenza. Egli infatti è da annoverare tra coloro che riuscirono ad accumulare immani ricchezze e, come altri, contribuì a rendere ricca la città che verso la metà del XV° secolo raggiunse il suo apogeo. Oramai quella che agli albori non era che un semplice agglomerato di case di legno costruite su palafitte tra orti e saline, oggi era divenuta un centro di potenza e di stile, dove i sontuosi palazzi patrizi si affacciano meravigliosi su un intricato dedalo di canali attraversati da ponti di marmo, e le piazze  e i campielli contornate anch’esse da case ridenti, e le mille gondole che dolcemente si inoltrano nei rii dove i riflessi sull’acqua si perdono sui tramonti felici. La fastosità e le ricchezze di Piazza San Marco sede della signoria con la meravigliosa Basilica e i gotici palazzi che la attorniano, porta il segno di quella che divenne anche culla dell’arte e della raffinatezza. E perché no! Anche della gaiezza e del divertimento culminante nel suo festoso e baldanzoso carnevale, ricco di maschere e di costumi altrettanto ricchi di colori e indossati da cavalieri e damigelle scrupolosamente mascherate per nascondervi, semmai,  un velo di spregiudicatezza. L’eco delle sue feste e della sua raffinatezza  poneva questa città, oramai cosmopolita ricca e vivacissima,  al centro delle menti di mezza Europa, attirando i curiosi nel suo paradosso di cose. Uno di questi era la vita religiosa. In un commento di papa Pio II°, si percepiva tutto il suo rammarico secondo cui, i veneziani… volevano apparire cristiani agli occhi del mondo, nel mentre, a Dio, ci pensavano ben poco, semmai erano più inclini a divinizzare la loro Repubblica, verso la quale avevano una fede incrollabile. In una città come Venezia che racchiudeva molti prelati e comunità religiose, si ravvisava una proverbiale frivolezza, oltremodo, in un  mondo in cui la schiavitù continuava ad esistere, e non solo tra le mura domestiche, ma soprattutto all’interno dei suoi grandi possedimenti.

     La Venezia del XV° secolo eccelleva nell’architettura nella letteratura e nell’arte, specie in quella pittorica, così le chiese e i palazzi si gremirono di affreschi di tele, dove si poteva intravedere il magico tocco di Giovanni Bellini o la magnificenza del Tintoretto e il tocco aristocratico del Tiziano e più tardi, la preziosa precisione dei vedutisti come Giovanni Antonio Canal detto il “canaletto” e del Bellotto, anch’egli pittore vedutista e nipote del Canal da parte di madre, che seguì le orme dello zio divenendo un’artista di altrettanto talento molto apprezzato sopratutto all'estero.

Antonio Canal  "Piazza San Marco"    (premi per ingrandire)            "il Canaletto"            Antonio Canal  "Basilica"   (premi per ingrandire)

il Bellotto "Piazza della Signoria"     (premi per ingrandire)             "il Bellotto"              bellotto "Vienna belvedere" (premi per ingrandire)

     Ma la sua grandezza non si fondava solamente su una florida economia e sul commercio, essa metteva le sue radici sulla forza e sulla stabilità politica del suo governo, e questo può essere considerato il vanto della serenissima, di fatti, era un sistema invidiato da tutti, e ciò era dovuto alla discrezione e  all’esperienza dei suoi consiglieri e dall’efficacia e all’imparzialità della sua giustizia. Venezia dunque aveva in se l’ardire di puntare sempre più in alto, e per quei tempi era cosa non facile anche perché, verso la metà di quel XV° secolo, il catino del Mediterraneo stava tragicamente mutando.